Venerdì e sabato la costituente. L'ex ministro della Difesa: "W. non faccia il re ombra, ma il leader"
Il congresso si avvicina, Parisi innesca nel Pd la conta alla rovescia
“E se alla fine, mentre noi ci giriamo intorno, a chiedere il congresso fosse un altro?”. La domanda comincia a circolare tra i veltroniani, in vista dell’Assemblea costituente prevista per venerdì e sabato, composta da una platea di 2.800 delegati eletti con le primarie (dunque difficilmente controllabile). La risposta arriverà presto, perché quel qualcuno c’è già e si chiama Arturo Parisi. Per leggere il testo integrale del discorso del Lingotto, con cui W si candidava alla guida del Pd (era il 27 giugno del 2007), clicca qui.

Roma. “E se alla fine, mentre noi ci giriamo intorno, a chiedere il congresso fosse un altro?”. La domanda comincia a circolare tra i veltroniani, in vista dell’Assemblea costituente prevista per venerdì e sabato, composta da una platea di 2.800 delegati eletti con le primarie (dunque difficilmente controllabile). La risposta arriverà presto, perché quel qualcuno c’è già e si chiama Arturo Parisi. L’ex ministro della Difesa è infatti più che deciso a prendere la parola in assemblea, per dire tutto quello che gli è rimasto in gola sin dal 14 aprile. Perché è da allora, come ripete da tempo, che segretario e gruppo dirigente si ostinano a “negare la sconfitta politica”, riconoscendo al massimo “la necessità di confrontarsi con l’amarezza e la delusione dei militanti che nella loro soggettività vivono il voto di aprile come una sconfitta”. Ma che quel voto di aprile rappresenti “oggettivamente” una sconfitta politica, neanche a parlarne. Significherebbe ammettere che “a essere bocciata dagli elettori è stata la linea della separazione consensuale di Veltroni e Bertinotti. E le sconfitte chiamano in causa gli sconfitti”. Dunque, anche Parisi ritiene che nel partito ci siano linee diverse, e che occorra fare chiarezza. Per questo venerdì salirà sul palco e pronuncerà la parola magica – “congresso” – per chiedere che la proposta venga messa ai voti. Walter Veltroni sarà dunque costretto a scegliere. La linea della “pistola sul tavolo” tenuta finora – usare cioè la minaccia del ricorso a nuove primarie per riaffermare la sua leadership sulle correnti – non sarà più sufficiente. Il segretario dovrà decidere se rinfoderare la rivoltella una volta per tutte, o se usarla per dare il via a una nuova corsa per la leadership.
Almeno fino a ieri, tuttavia, il problema non era stato preso in seria considerazione. Al loft prevaleva ancora l’idea di comporre i contrasti prima dell’assemblea, su entrambe le questioni politicamente più delicate che lì saranno messe ai voti: il nuovo presidente del partito (dopo le dimissioni di Romano Prodi) da un lato, dall’altro la nuova direzione, cioè il primo organismo eletto e non nominato direttamente dal segretario. Dunque, anche, il primo terreno su cui sarà possibile misurare i rapporti di forza. Sulla prima questione, saltato l’accordo sull’elezione di Franco Marini, il segretario era certo di convincere Prodi a ritirare le dimissioni. Quanto al voto sulla direzione, l’ultimo coordinamento ristretto ha varato dei “criteri” a prova di bomba: dei 120 membri – di cui la metà dovranno essere donne – gran parte lo sarà “di diritto”, dai componenti dello stesso coordinamento ai ministri ombra, fino ai sindaci delle città più importanti. Insomma, per misurare i rapporti di forza – con tutti i rischi connessi – non resterà molto spazio. Se poi si aggiunge che Beppe Fioroni e Dario Franceschini sono già al lavoro per trovare l’accordo sulla composizione di un’unica lista – che il voto dell’assemblea dovrebbe quindi soltanto ratificare – si capisce che lo spazio per polemiche, imboscate e risentimenti si restringe fin quasi a sparire. E se Prodi ha fatto capire fin troppo chiaramente di non avere alcuna intenzione di tornare sui suoi passi, arrivando addirittura a rifiutare platealmente un incontro con il segretario, la contromossa veltroniana è già pronta: proporre all’assemblea di votare una mozione per chiedergli di ripensarci, su cui sarebbero naturalmente tutti d’accordo.
La mozione degli affetti
Parisi non nasconde i suoi “sospetti” su questa “insistente e tardiva manifestazione di affetto”. Il riferimento è anzitutto alle dichiarazioni di Beppe Fioroni al Foglio e di Giorgio Tonini al Corriere della Sera, che in merito all’offensiva diplomatica veltroniana ha dichiarato: “Noi ulivisti della prima ora appoggiamo il tentativo del segretario” (“Stupisce, visto quello che ha detto dalla seconda ora in poi”, commenta il parisiano Andrea Armaro). Ma è chiaro che in cima alla lista dei “sospetti” c’è Rosy Bindi, che è stata la prima a parlare di un invito formale a Prodi da parte dell’assemblea (e che comunque ha già ritirato la sua proposta). In ogni caso, domani Prodi tornerà a parlare di politica, a Bologna, alla presentazione del suo libro, “La mia versione dei fatti”. Il titolo si riferisce alla sua esperienza europea, non al Pd. Ma è probabile che una battuta gli scappi, convinto com’è di essere stato prima messo sotto accusa dalla “discontinuità” veltroniana, quindi chiamato in soccorso alle prime difficoltà. Ma domani si riunirà pure il risorto “caminetto” dei capicorrente, e anche qui si parlerà di Europa, per chiudere l’accordo con il Pse, o meglio con il suo gruppo parlamentare, con cui il Pd dovrebbe “federarsi”. E anche qui, a proposito di congressi – e di liste per la direzione – una battuta scapperà. E sarà probabilmente quella decisiva.
La mozione degli affetti
Parisi non nasconde i suoi “sospetti” su questa “insistente e tardiva manifestazione di affetto”. Il riferimento è anzitutto alle dichiarazioni di Beppe Fioroni al Foglio e di Giorgio Tonini al Corriere della Sera, che in merito all’offensiva diplomatica veltroniana ha dichiarato: “Noi ulivisti della prima ora appoggiamo il tentativo del segretario” (“Stupisce, visto quello che ha detto dalla seconda ora in poi”, commenta il parisiano Andrea Armaro). Ma è chiaro che in cima alla lista dei “sospetti” c’è Rosy Bindi, che è stata la prima a parlare di un invito formale a Prodi da parte dell’assemblea (e che comunque ha già ritirato la sua proposta). In ogni caso, domani Prodi tornerà a parlare di politica, a Bologna, alla presentazione del suo libro, “La mia versione dei fatti”. Il titolo si riferisce alla sua esperienza europea, non al Pd. Ma è probabile che una battuta gli scappi, convinto com’è di essere stato prima messo sotto accusa dalla “discontinuità” veltroniana, quindi chiamato in soccorso alle prime difficoltà. Ma domani si riunirà pure il risorto “caminetto” dei capicorrente, e anche qui si parlerà di Europa, per chiudere l’accordo con il Pse, o meglio con il suo gruppo parlamentare, con cui il Pd dovrebbe “federarsi”. E anche qui, a proposito di congressi – e di liste per la direzione – una battuta scapperà. E sarà probabilmente quella decisiva.
Per leggere il testo integrale del discorso del Lingotto, con cui W si candidava alla guida del Pd (era il 27 giugno del 2007), clicca qui.